Cammino Sinodale. Lo Spirito soffia dove vuole e invita alla pazienza
Mons. Castellucci: “Abbiamo sperimentato è una bella lezione di sinodalità”
Erio Castellucci (*)
Ma cosa è successo nella seconda Assemblea del Cammino sinodale delle Chiese in Italia? Ribellione? Bocciatura? Affossamento? Insomma, deve essere capitato qualcosa di importante, se l’Assemblea ha deciso di dilazionare i tempi della conclusione del Cammino di sei mesi rispetto al termine fissato.
Partiamo dai fatti di questi giorni, che hanno avuto per testimoni i 900 delegati. L’Assemblea ha ritenuto inadeguato il testo delle Proposizioni che le era stato consegnato per il confronto, le correzioni e le integrazioni. Già nella mattinata di martedì, in plenaria, la quasi totalità dei 51 delegati intervenuti ha espresso riserve anche forti verso il documento, chiedendo che nei lavori di gruppo delle due mezze giornate successive non venissero posti vincoli rispetto al numero degli emendamenti possibili. I 28 gruppi hanno riflettuto e dibattuto intensamente, proponendo parecchie centinaia di emendamenti e integrazioni. Mercoledì pomeriggio la Presidenza del Comitato del Cammino sinodale ha preso atto dell’impossibilità di riformulare il testo in tempi brevi (poche ore) e di portarlo alla votazione giovedì mattina, nell’ultima riunione dell’Assemblea. Il Consiglio permanente della Cei, riunito in sessione straordinaria la sera di mercoledì, ha deciso di proporre all’Assemblea la mozione con cui si è deliberato il prolungamento del Cammino sinodale: una terza Assemblea sinodale il 25 ottobre e l’80ma Assemblea ordinaria della Cei a metà novembre. Più che bocciato, dunque, il testo delle Proposizioni è stato rimandato, per gli esami di riparazione autunnali.
A determinare questo momento di crisi in Assemblea sono stati principalmente due fattori. La contrazione del tempo a disposizione per elaborare il testo delle Proposizioni ha giocato un ruolo rilevante. Le 196 sintesi diocesane, più altre di associazioni e gruppi, sono arrivate come previsto ai primi di marzo alla Presidenza del Cammino sinodale, che ne ha dato una lettura integrale, dalla quale è nata una prima bozza piuttosto corposa: 74.000 caratteri. Il Consiglio Permanente della Cei, nella riunione dell’11 marzo, ne ha chiesto un deciso snellimento, perché fossero meglio evidenziati i punti su cui concentrare l’attenzione: il testo si è così ridotto a meno della metà, eliminando tutte le citazioni e alcune riflessioni che contestualizzavano le Proposizioni. Il documento, così dimagrito, è passato al vaglio della Presidenza della Cei (19 marzo) ed è stato poi impaginato e inviato prima al Comitato del Cammino sinodale (28 marzo) e poi a tutti i delegati (29 marzo). Troppo compressi, a detta di tutti, sia il documento sia il tempo a disposizione per studiarlo. Un secondo fattore ha pesato: la carenza di comunicazione. Chi ha redatto il testo abbreviato (in primis chi scrive) non ha curato, se non per accenni all’inizio dell’Assemblea, la spiegazione del genere letterario delle Proposizioni, che – utilizzate nei Sinodi precedenti papa Francesco – non sono la raccolta di tutto quanto è stato detto prima, ma sono dei ponti o delle finestre che portano verso il documento finale, una sorta di indice ragionato di scelte che indicano le priorità e le decisioni su cui verterà il testo definitivo. Le Proposizioni suppongono quindi la ricchezza dei Lineamenti, entrati nella prima Assemblea sinodale, e dello Strumento di Lavoro, consegnato alle Chiese locali in gennaio e febbraio scorsi. Di fatto la stringatezza delle Proposizioni, che volevano condensare alcune linee operative, è apparsa troppo discontinua rispetto ai documenti precedenti.
Al di là dei fatti, però, come interpretare i colpi di scena di questa Assemblea, così forti da interessare perfino quella stampa laica che fino ad ora aveva sorvolato il Cammino sinodale, come faccenda interna alla Chiesa? Forse sembrerà semplicistico, ma personalmente l’ho vissuta come momento di crescita della comunione, come esperienza istruttiva: in definitiva, una lezione di sinodalità. La comunione nella Chiesa non è uniformità, ma diversità arricchente; lo Spirito Santo evita la massificazione e opera creativamente attraverso doni differenti: il confronto, il dibattito, il dissenso, fanno parte della dialettica ecclesiale, purché siano mossi dal desiderio di una sintesi superiore. Siamo nella fase profetica del Cammino, dove non è più sufficiente l’ascolto reciproco della prima fase (narrativa), che ha rivelato ricchezze impensate nel Popolo di Dio, e nemmeno basta più il discernimento comunitario della seconda fase (sapienziale), che ha riattivato dinamismi sinodali negli organismi di partecipazione e nei gruppi; in quest’ultima fase è necessario anche un altro apporto spirituale: il confronto, appunto, che rivela differenze, solleva tensioni e conduce poi alla ricerca del consenso attraverso il voto. Una sinodalità senza la terza fase sarebbe monca. Nella prima esperienza sinodale, il “Concilio di Gerusalemme” narrato nel cap. 15 degli Atti degli Apostoli, si verificarono discussioni e persino dissensi, ma alla fine “lo Spirito Santo e noi” – così dicono gli Apostoli – arrivarono ad una decisione.
In Italia non avevamo mai avuto un’esperienza così scandita e prolungata di sinodalità ed è quindi normale che in alcuni momenti ci sentiamo impreparati. Certamente nessuno poteva immaginare questo esito assembleare: ma alla fine è stata una “bella sorpresa” di ascolto dello Spirito, che porterà sicuramente a compiere passi in avanti: passi un po’ più lenti di quelli immaginati da noi. Ma forse lo Spirito ci rallenta perché possiamo prendere la rincorsa verso scelte più capaci di assorbire e annunciare la parola di Dio, che “corre veloce” (Salmo 147,4).
(*) Presidente del Cammino Sinodale della Chiesa Italiana – pubblicato su Avvenire