L’identità dell’Europa con il volto delle armi e della spiritualità perduta
In punta di spillo, una rubrica di Bruno Fasani
Poca o tanta fede si avesse, nel secolo scorso ci ha accompagnato una speranza legata ad una promessa. Tutto era cominciato a Fatima, piccolo borgo del Portogallo del Nord nel 1917. In quell’anno l’Europa, bruciata dalla guerra, era diventata l’anticamera dell’inferno. In Russia, la rivoluzione da poco iniziata creava le premesse per una delle stagioni più sanguinarie e crudeli della storia. Fu in quegli scenari senza speranza che la Madonna, apparsa a tre pastorelli, promise la conversione della Russia se a lei si fosse consacrata quella terra. Ragioni politico diplomatiche impedirono di fare esplicite consacrazioni, temendo recrudescenze nella persecuzione dei cristiani. Si consacrava il mondo e, sottovoce per non creare incidenti diplomatici, si metteva dentro anche la Russia. Di fatto, ci volle uno speciale devoto della Madonna, Karol Wojtila Totus tuo, ossia tutto di lei, come campeggiava nel suo motto episcopale, per far crollare quell’impero che aveva lasciato per strada cinquanta milioni di morti e cancellato dal vocabolario la parola libertà.
Fu prima la caduta del muro di Berlino nel 1989, poi il 25 dicembre del 1991, alle ore 19.32, Michail Gorbaciov dette pubblicamente le dimissioni e l’annuncio della fine dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche. La speranza legata alla promessa di Fatima sembrava diventata una promessa mantenuta. Con la lucidità dei profeti, l’allora cardinale Joseph Ratzinger (la Chiesa dovrà prima o poi annoverarlo tra i suoi dottori) disse che quello era un tempo di speranze, ma anche di possibili equivoci. Con la caduta del marxismo era terminata l’arroganza del materialismo ateo, ossia credere che la materia sia l’unico elemento che compone l’essere umano e l’universo. Un altro rischio faceva però capolino dietro l’angolo, quello del relativismo scientifico, convinto che tutto deve essere spiegato con la ragione e la scienza. Scrisse pagine e documenti memorabili sul rapporto tra fede e ragione, tentando di dimostrare che tra lo loro non c’era conflittualità. In fondo, la scienza non fa altro che svelare progressivamente, e a bocconi, quell’infinito che la fede proclama e che non è mai conosciuto completamente. Quello poteva essere il momento giusto per tornare a mettere in campo il vangelo e fare dell’Europa un nuovo centro di irradiazione morale per tutta l’umanità.
Il tedesco Roman Herzog, nell’anno giubilare del 2000, ispirato dal fascino di quella nuova sfida, propose una Carta dei diritti umani per tutta l’Unione europea che si stava allargando da 16 a 27 membri, ispirandosi alle radici giudaico-cristiane dalle quali era fiorita la nostra civiltà. Fu la Francia, di lì a qualche anno, a pretendere di seppellire quella proposta sotto una pietra tombale irremovibile. Se qualcuno credeva ancora che Dio fosse eterno e irrinunciabile, ora la laicità ne prendeva il posto. Oggi, relativizzato anche il potere della scienza, la cultura sembra aver perduto qualsiasi interesse verso quei principi spirituali ed etici in grado di restituire un’anima al vivere quotidiano. Quanto all’identità dell’Europa, nulla di meglio che 800 miliardi di armi e un kit di sopravvivenza per far fronte alla guerra. Quel che resta delle ceneri.