La bagarre politica scatenata intorno al Manifesto di Ventotene
In punta di spillo, una rubrica di Bruno Fasani
Sul Manifesto di Ventotene è andato in onda il peggio che la politica ci potesse regalare. Provocazione, ipocrisia, ignoranza, aggressività… proprio mentre Medio Oriente, Ucraina, Europa frammentata, dazi che rompono relazioni amichevoli tra Stati ed equilibri di mercato, immigrazione fuori controllo, degrado ambientale e sociale chiederebbero politici illuminati e lungimiranti. A dare la stura agli scontri ci ha pensato la Presidente del Consiglio, citando un passo del Manifesto di Ventotene, là dove Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni, prigionieri dei fascisti e confinati sull’isola, auspicavano un’Europa dove gli Stati avrebbero dovuto scomparire, per lasciare il posto a “una federazione di popoli uniti sotto la dittatura di una rivoluzione, intorno alla quale formare un nuovo unico Stato e una nuova democrazia”. “Non è questa l’Europa che voglio” ha sentenziato la Presidente. In realtà, chi volesse questo tipo di Europa o solo la ipotizzasse, solo lei lo sapeva. Non avrebbe fatto prima e meglio a dirci quale fosse il suo ideale, ambientandolo nel 2025 e magari proiettandolo nel futuro? L’idea che abbia fatto un’uscita intenzionale per ragioni identitarie di partito ci spinge oltre il legittimo dubbio. Ma se la Presidente si è dimostrata improvvida, l’isteria che si è scatenata nell’opposizione lascia aperta la strada ad altre considerazioni.
Provoco e accetto smentite, ma sono profondamente convinto che il 90% degli attuali parlamentari non abbia mai letto il Manifesto di Ventotene (magari lo avrà fatto ora per documentarsi) uno scritto che, a dispetto delle tante letture e pubblicazioni critiche venute anche dalla Sinistra, si è fatto largo nel tempo diventando un totem, un riferimento ideale e simbolico, un po’ come il Che Guevara presso tante anime sognatrici. Il documento era stato scritto nel 1941, da tre intellettuali antifascisti, prigionieri a Ventotene. Dico che il documento è sconosciuto ai più, perché il rispetto, più che a contenuti che propone, che sono assolutamente inattuabili, va in realtà ai suoi estensori, privati della dignità e della libertà dal regime fascista. Il Manifesto sostiene la necessità di abolire gli Stati nazionali, perché il “problema che in primo luogo va risolto è proprio la definitiva abolizione della divisione dell’Europa in Stati”. E per fare questo serve una politica nuova ispirata al trotzkismo, ossia all’idea di una rivoluzione perenne che non si ferma e sedimenta e che deve partire dalla “abolizione della proprietà privata”. Una rivoluzione che deve prendere le distanze dalla prassi democratica, la quale “vuole adoperare la violenza solo in caso di indispensabilità”, mentre essa dovrebbe diventare il metodo per operare il cambiamento. Particolare durezza è riservata anche alla Chiesa che non dovrà più essere messa in condizione di “fare cultura ed educazione”. Contenuti che neppure il Partito Comunista del dopo guerra ha mai voluto prendere in considerazione. Altiero Spinelli si è interessato molto di federalismo europeo una volta eletto al Parlamento di Strasburgo. Ma questa è altra storia dal Manifesto. Per cui demonizzare o beatificare un documento di 84 anni fa, che va compreso alla luce del momento storico in cui è stato steso, è solo operazione strumentale di una certa politica a corto di idee, da una parte e dall’altra.